Il PD di Montale?

montale2.jpg

Di Rossana Rossanda

«Codesto solo noi sappiamo quel che non siamo, quel che non vo­gliamo».

grandepartito.jpg

I versi di Montale calzerebbero benissimo salvo il rispet­to, alla penosa vicenda del Parti­to democratico, che doveva esse­re un inizio epocale ed è finora un interminabile diniego. In set­timana, i congressi di sciogli­mento della Margherita e dei Ds diranno quel che non vogliono più essere, ma non è chiaro quel che sarà il nuovo partito che do­vrebbe nascere in autunno. Lo vogliono «grande» e «riformista» senza ulteriori precisazioni. Fassino si duole che i giornali diano spazio alle battute, non sempre amichevoli, scambiate fra diri­genti – ma a che altro attaccarsi? Scalfari propone che anche i diri­genti si dissolvano, lasciando la parola a un paese che non sta scalpitando per prenderla. D’al­tro canto quale aggregazione esprimerebbe un’Italia che, co­me si legge sullo stesso giornale nelle analisi di Ilvo Diamanti, è un guazzabuglio di interessi che chiamar corporativi è già molto, e precisa d’Avanzo, incattivita da lunghi servaggi? E’ in questo silenzio che si cer­cano lumi nell’inventario del­l’eredità del Novecento (quali pa­dri mettere nel Pantheon e quali mandare alle discariche), cui questo o quel leader si dedica un giorno sì e uno no. L’ultima dei Ds è che mettono fuori Berlinguer e dentro Craxi: della loro storia non hanno nulla da salva­re. La Margherita si tradisce me­no, sia per virtù sia per reticenza. In confronto, Sdi e Udc brilla­no di chiarezza: il primo vuol ri­fare il Partito socialista italiano, raccogliendone i resti dovunque si trovino, il secondo si propone di fare lo stesso con l’ex Demo­crazia cristiana. Né Boselli, né Casini si attardano sui padri, non sia mai che si urti qualche suscettibilità. Boselli con il nuo­vo Psi raccoglie le bandiere laiche lasciate cadere dai Ds, Casi­ni niente meno l’idea di un moderatismo cattolico che si scio­glierebbe da Berlusconi – men­tre il costituendo Partito demo­cratico si ispirerebbe, secondo Veltroni che ne è un araldo, a Bill Clinton, senza radici dalle nostre parti. Il convitato di pietra di tutta la storia, quello che è stato ucciso e si spera sepolto, è la radice socia­lista della sinistra. Il socialismo è stato declinato in molte manie­re, ma un’idea forte aveva alla base, l’insopportabilità politica, alla luce della modernità, di un modo di vivere e di produrre inuguagliante e strumentale come quello capitalistico, non regola­to se non dal mercato. Sul come rimediarvi, se per riforme o per rivoluzione, è stato l’oggetto del contendere fra socialisti e comu­nisti, ma che quel «sistema» fos­se intollerabile, per l’illibertà so­stanziale che esso comporta per la grandissima maggioranza de­gli uomini (tutti coloro che non detengono mezzi di produzio­ne), era luogo comune. Ma a fi­ne del secolo proprio quel siste­ma è diventato mondiale, gover­na non solo attraverso gli stati ma gli stati medesimi, e ha comportato una crescita di disugua­glianze in proporzione scono­sciuta rispetto al Novecento. Già Debord diceva: mai l’ingiustizia è stata così enorme; e mai si è protestato di meno. Questo è il «nuovo» di quella che si definisce sinistra moder­nizzata, della quale il Pd sarebbe il maggior esponente. Essa è ras­segnata alla priorità dei capitali su ogni finalità politica, su ogni idea di società, su ogni altro dirit­to della persona o di un popolo. E’ pentita di aver creduto e lotta­to per una società dove il capita­le fosse abbattuto o addomesticato o quanto meno sottoposto a un controllo. E’ questa rinun­cia che si definisce modernizzazione, è la consegna al mercato come regolatore unico. «Tutto è cambiato», è la litania dei Ds, in­tenzionati a lasciare ogni aggettivazione non solo comunista ma «socialista» e «di sinistra». Ma con questo lascia anche la sua base sociale storica, quella dei la­voratori dipendenti, salariati, non solo operai e impiegati, ma le figure di quel che Gramsci chiamava «blocco storico della ri­voluzione italiana», oggi i decli­nanti contadini e i crescenti ad­detti ai servizi e alla produzione immateriale, e gli intellettuali. Quando ci si duole della crisi della politica sarebbe d’obbligo analizzare di chi e da quali mas­se avviene il distacco (si preferi­sce dire «dalla gente», «masse» e soprattutto «classe» essendo or­mai termini innominabili). Ep­pure è agli ineguali interessi e ideali delle diverse fasce della popolazione che rispondono i parti­ti con i loro diversi programmi. Il Pci, e poi Pds e Ds si sono rivol­ti, a dire il vero con sempre mi­nore determinazione, al lavoro e ai lavori diversamente dipenden­ti – sola forma di accesso al reddi­to e quindi alla possibilità di vive­re – o alla forza di lavoro in for­mazione come i giovani e gli stu­denti. E mentre si erano battuti contro ogni tentativo di ridurne ì diritti, prima di ogni altro all’occupazione e alla sua forza con­trattuale, oggi considerano che essi debbono essere subordinati alla competitività dell’impresa, esponendoli al dumping che pre­me dalle zone dell’Europa e del mondo dove il lavoro è pagato di meno. E accettano che lo stato, e in genere la sfera politica, non possa più intervenire nella delo­calizzazione delle imprese verso queste zone, lasciando indifesa la manodopera, braccia e cervel­li che aveva conquistato maggio­ri diritti e compensazioni nelle zone socialmente più avanzate. L’Italia è stata fino agli anni ‘80 fra queste. Dopo di allora, anche per il Pci, Pds e Ds il diritto al la­voro e i diritti del lavoro sono passati in secondo piano rispet­to alla competitività dell’impre­sa, che significa produrre a mi­gliore qualità e a minor prezzo -, in Italia praticamente a minor prezzo data la scarsa propensio­ne delle nostre imprese a investi­re sulla qualità. Il declino dei grandi partiti di sinistra viene pri­ma di tutto dalla perdita di fidu­cia dei lavoratori nella loro capa­cità e volontà di difenderli. E se si obietta che, data la globalizza­zione, difenderle è impossibile, il risultato è il medesimo o getta nel disorientamento e nella di­sperazione. Non è questa la sede per ap­profondire il discorso, basti se­gnalare che nessuno è così scioc­co da non saperlo, che su questo è caduto il progetto di costituzio­ne europea e che su questo il fu­turo Partito democratico tace an­che per imbarazzo. Difficile infat­ti scorgere nelle scelte qualche cosa che lo distinguerebbe da un centro moderato. Inclusa la rinuncia a qualsiasi politica econo­mica: in queste settimane sono passati sotto il naso del governo e di quasi tutta la sua opposizio­ne due operazioni supermiliar-darie compiute l’una dall’Eni e dall’Enel – nate e cresciute con i soldi pubblici – che si sono com­prati pezzi della russa Yukos per conto della russa Gazprom, e l’al­tra dalla Telecom, che doveva fi­nire in mani messicane e statuni­tensi, lasciando sul gobbo dello stato oltre 80 mila dipendenti, che si dovrà in qualche misura assistere. Il Pd non esistendo an­cora non poteva dir parola, ma i suoi genitori, ancorché in atto di chiudere i battenti, hanno trova­to che era bene così, che al mer­cato la politica non si può oppor­re. Sostanzialmente che non può più esserci una politica eco­nomica e sociale. Politica addio. Ma intanto i capitali impazzano, hanno scoperto il modo di crescere comprando e rivenden­do se stessi, giganteschi tulipani di Galbraith, humus di razzie da parte di predatori feroci quanto transitori. E esistono i lavoratori dipendenti, anche coloro che si credono autonomi ma dipendo­no dai marosi sollevati dalle pro­prietà cangianti. E accanto a loro c’è un quarto della popolazione costituita da disoccupati, lavora­tori precari e esclusi dal mercato del lavoro, diventati nuovi pove­ri. Chi li rappresenterà? Soltanto il sindacato, oltre e malgrado il governo e le ex sinistre? Si intende che uno come il se­gretario della Fiom, Rinaldini, spieghi che, lui nato nel Pci, al Pd non potrà aderire. Ma avrà una grossa forza politica alle spalle o no? Perché non è ancora affatto chiaro se le sinistre che si pongono alla sinistra del futuro Pd, sia che provengano dai Ds sia da tempo fuori, intendono as­sumersi il compito di una rappresentanza aggiornata del lavoro, cioè quanto meno l’orizzonte di un capitalismo regolato, che è proprio il minimo dei minimi. Nessuna di esse, singolarmente, può riuscire in questa impresa, che comporta un’analisi in pro­fondità del presente, delle figure che assume il salariato diretto o indiretto in seguito alle tenden­ze dei capitali mondiali, incrocia­ti con gli interessi della sola su­perpotenza ereditata dal ‘900, gli Usa, e delle nuove che emergo­no nel terzo millennio, prima di tutte la Cina. Nessuna di esse da sola, senza coinvolgere le altre e ì sindacati e i movimenti in Euro­pa, porrà avere un peso qualsiasi su scala mondiale. Che cosa aspettano per darsi questo ordine del giorno? E che aspetta – se posso avanzare un’opinione del tutto personale – il manifesto a fare di questo te­ma l’asse della sua campagna at­tuale? Perché ad esso si collega­no, in forme inedite e mai esami­nate dal movimento operaio del secolo scorso, i nuovi bisogni e le nuove soggettività che sono venute emergendo dopo il 1968, anche se non sembrano accor-gersene, e i movimenti no-global. Si tratta di ben altro che mi­surarsi con le polizie, terreno sempre arretrato e perdente, cui finisce con il rivolgersi la nostra attenzione più emotiva. Si tratta di fare i conti con la gigantesca espansione del liberismo che pa­reva essere stato spiazzato alla metà del secolo scorso, e pro­prio in Europa. Senza contare troppo sulle sue contraddizioni, le quali – come dice giustamente Wallerstein – più che a guerre commerciali non possono porta­re, rialimentandosene sempre sulla pelle dei popoli. Molti propongono cantieri, e alcuni – come il compagno e ami­co Pierluigi Sullo – si dolgono che il nome inventato da Carta gli sia stato sottratto. Ma se vuoi dire che ci si deve mettere al lavoro in tanti, non me ne lamen­terei. Se si intende invece che è ancora da discutere che cosa va­da costruito, se ci può essere o no, e se sia augurabile, una via d’uscita dalle forme attuali della globalizzazione, se ci sia e chi ne sia il soggetto dirompente, se il «lavoro» sia ancora da difendere o se, come mi è capitato di senti­re in un’università, non interes­sa più a nessuno, se insomma ogni sigla dice di aprirsi ma in concreto difende il proprio giar­dino, ci meritiamo in anticipo l’egemonia del Partito democra­tico nascituro, cioè, ben che va­da, una delle fasi più noiose del­la storia d’Italia.

Da www.ilmanifesto.it

Lascia una Risposta