I 4 anni del “Pinguino”

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(Nella foto: Kirchner, Chavez e Lula)

I 4 anni del “Pinguino”

 

Domenica 27 milioni di elettori argentini hanno eletto come nuovo presidente Cristina Fernandez Kirchner moglie dell’ora ex-presidente e nuovo (e primo) “First Gentleman”, Néstor Kirchner. Arrivato alla presidenza con appena il 21,78% dei voti, dopo il “default” del paese causato dall’eccesso di zelo nel seguire le ricette “salvatrici” del FMI e della Banca Mondiale (sotto le presidenze Menem y De la Rua) e dopo i “cacerolazos” e le famose manifestazioni invocanti il “que se vayan todos” ( “che se ne vadano tutti” rivolto ai politici di tutti i colori), nei suoi quattro anni al potere, Néstor Kirchner ha cercato di far rinascere un paese allo sbando.
Dal punto di vista economico ha ottenuto ottimi risultati: la povertà è diminuita dal 54 al 23%, la disoccupazione dal 17 al 7%, il lavoro nero è caduto del 10%, i salari reali sono aumentati del 90%. In pratica l’economia è cresciuta in media dell’8-9% l’anno. Inoltre lo stato e la bilancia commerciale sono a tutt’oggi in costante superavit, e le esportazioni supereranno quest’anno i 50 miliardi di dollari e le riserve in valuta i 42 miliardi. Tutto questo grazie a precise scelte di campo nell’ambito delle relazioni internazionali che si sono orientate verso un rafforzamento del Mercosud e dell’integrazione dell’America Latina (mantenendo buoni rapporti con il Venezuela di Chavez). Kirchner ha proprio per questo, rifiutato di aderire all’Alca. Con il desiderio di recuperare sovranità ha poi sia respinto le pressioni del FMI, pagando addirittura in anticipo il debito residuo del paese di 9 miliardi di dollari, sia quelle delle banche, ponendo le condizioni per una ristrutturazione del debito, considerato frutto delle ruberie e dei cattivi consigli degli organismi economici internazionali, partendo da una posizione paritaria. In questo caso certo a pagare sono stati anche i “risparmiatori” italiani illusi dalle sirene dei guadagni facili del periodo menemista (come nel caso dei Bond ). Questo recupero di sovranità è stato anche evidente nella sua decisione di mantenere congelate per 4 anni le tariffe dei servizi pubblici privatizzati da Menem nonostante le forti e continue pressioni delle compagnie straniere proprietarie ora di questi servizi. Quindi nonostante una precarietà ancora al 40% e un’inflazione che sembra sia più alta dell’8-10% dichiarato ufficialmente, il quadriennio Kirchenista è stato dal punto di vista economico più ricco di luci che di ombre.
Anche nell’ambito del rispetto dei diritti umani il presidente è stato molto attivo. Ha infatti annullato le leggi vergogna (”Punto final” e “Obediencia debida” promulgate sotto la presidenza di Raúl Alfonsín) e l’indulto (deciso da Menem) che avevano impedito finora di poter processare per crimini contro l’umanità le giunte militari che avevano spadroneggiando in questo paese dal 1976 al 1983; ha rinnovato con prestigiosi giuristi indipendenti la Corte suprema di giustizia, che sotto Menen era stata ridotta a un “organo” controllato dell’esecutivo composto da giudici “pupazzi”. Grazie a questo attivismo si sono così riaperti i processi contro i “mostri” della dittatura, che hanno già portato a tre condanne definitive. Ha infine reso l’Esma, il lager-simbolo della dittatura, un museo della memoria.
Le sue relazioni con i movimenti sociali e la società civile sono state basate in molti casi su un dialogo franco e continuo (per esempio con le Madri e le Nonne della “Plaza de Mayo”) senza mai arrivare a scontri frontali o repressioni poliziesche (neanche contro le manifestazioni radicali dei piqueteros).
Critiche possono invece essere mosse al suo governo per quanto riguarda ambiti come quelli della lotta alla corruzione ( con vari casi scoppiati all’interno del suo movimento soprattutto ora che il suo mandato volge al termine) e alla delinquenza ( della quale la popolazione ha una percezione molto alta). I risultati elettorali comunque dimostrano come gli argentini abbiano considerato le sue scelte positivamente dando un nuovo mandato al suo partito.

Fonte: “Il manifesto”

dal blog America Latina

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