Nepal, svolta in bilico
Gli indipendentisti del Terai tengono in ostaggio il Paese
(Bambini nepalesi)
L’onda lunga dell’effetto Kosovo è arrivata anche alle falde dell’Himalaya e ora rischia di far saltare il processo di pace nepalese e lo storico voto costituente del prossimo 10 aprile.
Da due settimane il Nepal è paralizzato da un bandh, uno sciopero generale, indetto dai separatisti madhesi che chiedono l’indipendenza del Terai: la regione pedemontana dove si concentrano tutte le attività produttive, commerciali e tutte le vie di comunicazione del Paese.
Dal 12 febbraio il Fronte Unito Democratico Madhese (Umdf) ha fermato le attività commerciali e i trasporti. La capitale Kathmandu è a corto di viveri e carburante, i benzinai sono assediati e l’erogazione della corrente elettrica è interrotta per otto ore al giorno. “Se lo sciopero continua – ha dichiarato Sanjeev Kumar Kafley, della Croce Rossa nepalese – si profila il rischio di una crisi umanitaria”. L’imposizione del coprifuoco non riesce a fermare le manifestazioni separatiste, che sempre più spesso degenerano in scontri con la polizia già costati diversi morti e centinaia di feriti.
Trattative in corso. Guardando al successo del modello kosovaro, i valligiani di lingua hindi – storicamente emarginati dalla popolazione degli altipiani, che controlla la politica e l’economia del Paese – chiedono al governo di unità nazionale del premier Girija Prasad Koirala il riconoscimento immediato di una larga autonomia al Terai e del suo diritto all’autodeterminazione. In caso di rifiuto, promettono sciopero a oltranza e boicottaggio delle elezioni dell’Assemblea Costituente previste per il prossimo 10 aprile, delle quali comunque chiedono il rinvio a giugno.
Ieri, dopo una lunghissima trattativa, pareva che governo e Umdf avessero raggiunto un vago compromesso, che però già in serata era però stato rigettato dalle fazioni separatiste più radicali legate agli ex combattenti del Fronte di Liberazione Democratico del Terai (Jtmm, Janatantrik Terai Mukti Morcha).
Se la trattativa in corso dovesse fallire, rischia di saltare il voto di aprile e il processo costituente – che dove sancire il passaggio da monarchia e repubblica – mettendo a rischio lo stesso processo di pace tra governo e guerriglia maoista – che nel 2006 ha posto fine a una guerra civile durata dieci anni e costata 13mila morti.
L’India soffia sul fuoco. A sostenere, da dietro le quinte, la causa indipendentista dei madhesi del Terai c’è la casa regnante degli Shah che spera di bloccare elezioni e processo costituente per salvare in extremis l’antica monarchia nepalese. Ma c’è soprattutto l’India che, tramite la sua ambasciata a Kayhmandu, intrattiene stretti e continui rapporti con i dirigenti dell’Umdf. Per Nuova Delhi il successo della transizione politica in Nepal sarebbe un grave problema perché esso rappresenterebbe una grande vittoria politica per il movimento maoista nepalese e quindi un incoraggiante esempio per il collegato movimento maoista indiano dei Naxaliti, sempre più forte e sempre più una minaccia per il governo indiano, che ormai teme più i naxaliti dei separatisti kashmiri. Una repubblica nepalese con i maoisti filo-cinesi al governo non va già a Nuova Delhi non solo per motivi di politica interna, ma anche nell’ottica della competizione regionale India-Cina. Dal punto di vista della politica di contenimento dell’influenza regionale cinese, anche Washington, secondo il leader dei maoisti nepalesi Prachanda, ha tutto l’interesse nel boicottare la svolta politica del Nepal.
Fonte: Peace Reporter
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